La fast fashion distrugge il pianeta

di: Maria Antonietta Giffoni

La crescita esponenziale registrata negli ultimi anni dal mercato della "moda usa e getta" (più nota come fast fashion) porta con sé innumerevoli impatti ambientali, con conseguenze disastrose per la salute del pianeta.

La fast fashion utilizza modelli di produzione e distribuzione che hanno abbreviato drasticamente i cicli stagionali della moda: dalle due classiche collezioni "primavera/estate" e "autunno/inverno", siamo passati a ben 50 "micro-collezioni" all'anno.
Questa rapida evoluzione dei mercati, il radicale abbassamento dei prezzi e il repentino mutamento delle tendenze della moda hanno portato il consumatore ad acquistare molti più capi di abbigliamento che nel passato. Negli ultimi venti anni, l'acquisto di indumenti è quintuplicato e il loro utilizzo medio si è dimezzato, con un conseguente incremento dei rifiuti tessili.

 

 

 

Il costo ambientale dei nostri vestiti

Questo nuovo modo in cui produciamo, usiamo e buttiamo via i nostri vestiti genera innumerevoli impatti negativi sull'ambiente. Lo studio "Time out for fast fashion", realizzato in Germania da Greenpeace nel 2016, ha evidenziato come l'impatto ambientale della moda usa e getta derivi "da vari fattori, quali le sostanze chimiche usate dall’industria tessile che inquinano fiumi e oceani e le elevate quantità di pesticidi impiegati nelle piantagioni di cotone, che contaminano le terre agricole o le sottraggono alla produzione di alimenti". La sua coltivazione, infatti, richiede l'utilizzo del 24% degli insetticidi e l'11% dei pesticidi totali impiegati in agricoltura. Il cotone è responsabile anche di un eccesivo utilizzo di acqua dolce: occorrono circa 20mila litri per produrne un chilo e 2.700 litri  -  l'equivalente di quello che una persona beve in due anni e mezzo - per realizzare una semplice maglietta. Nell'Asia centrale, il lago d'Aral è quasi scomparso per l'uso massiccio di acqua utilizzato dagli agricoltori di cotone.
Ma uno dei costi maggiori per il pianeta viene dal crescente uso di fibre sintetiche: nel 2016 circa 21,3 milioni di tonnellate di poliestere sono state utilizzate dall'industria dell'abbigliamento, con un incremento del 157% rispetto al 2000. Il poliestere "emette quasi tre volte più CO2 nel suo ciclo di vita rispetto al cotone e può impiegare decenni a degradarsi". Il poliestere è, di fatto, un materiale plastico derivante dal petrolio e il lavaggio di indumenti che lo contengono rilascia microfibre in plastica nel sistema idrico.
Patagonia, un noto marchio di abbigliamento sportivo, ha commissionato uno studio all’Università della California di Santa Barbara per conoscere la quantità di microplastiche rilasciate nell’ambiente dai propri indumenti. I dati emersi non sono incoraggianti: per ciascun lavaggio in lavatrice di una giacca sintetica vengono rilasciati, in media, 1.174 milligrammi di microfibre, il 40% delle quali finisce in fiumi, mari e oceani e di lì nelle catene alimentari.
Il settore tessile contribuisce sensibilmente anche al riscaldamento globale. L'impronta di carbonio di un indumento dipende in gran parte dal materiale utilizzato. Mentre le fibre sintetiche come il poliestere hanno un impatto minore sull'utilizzo di acqua e di terreni rispetto ai materiali naturali ​​come il cotone, emettono però più gas serra per ogni chilogrammo prodotto. Una camicia di poliestere ha un'impronta di carbonio doppia rispetto a una camicia di cotone. La produzione di poliestere per i tessuti ha generato circa 706 miliardi di kg di gas serra nel 2015, l'equivalente della quantità di emissioni annua prodotta da 185 di centrali elettriche a carbone.

 

 

 

Una montagna di rifiuti altamente inquinante

La moda usa e getta ha contribuito anche a incrementare notevolmente la produzione di rifiuti tessili, in parte provenienti dagli scarti di lavorazione, in parte dall'invenduto e la maggior parte dalla rapidità con cui ognuno di noi si disfa di capi appena comperati e ancora in buone condizioni. 
I rifiuti tessili rappresentano il 20% dei rifiuti globali e meno dell’1% degli scarti di lavorazione viene riutilizzato per produrre altri capi. 
Ma cosa accade ai vestiti dismessi dai consumatori? Si calcola che l'85% degli abiti che non utilizziamo più finisce nei rifiuti domestici, solo il 15% viene donato. 
Dato il tasso di riciclo molto ridotto dei rifiuti tessili, gli indumenti che buttiamo finiscono in discarica o negli inceneritori. A causa degli agenti chimici con cui sono trattati i tessuti e delle materie plastiche che compongono la maggior parte delle fibre sintetiche, le conseguenze in termini di inquinamento sono nefaste.


Cosa fare

Nel 2018, il Comitato per il controllo ambientale (Environmental Audit Committee - EAC) del Regno Unito ha condotto una ricerca sulla sostenibilità del settore della moda, con lo scopo di capire quali misure il settore dell'abbigliamento avesse adottato per ridurre l'impatto ambientale e sociale dei suoi prodotti. 
Il rapporto ha concluso che, sebbene parte dell'industria della moda britannica stia facendo progressi nella riduzione delle emissioni di carbonio e del consumo di acqua, questi miglioramenti vengono annullati dal sempre maggiore incremento dei volumi di indumenti venduti. Siccome l'approccio volontario al miglioramento della sostenibilità del settore non ha dato molti frutti, il Comitato ha chiesto al Governo di introdurre un'ecotassa del valore di 1 penny per ogni capo di vestiario venduto. Il ricavato dovrebbe essere impiegato per migliorare la raccolta differenziata e il riciclo dei rifiuti tessili.
Questo è un esempio di misura che anche Governi di altri Paesi potrebbero adottare per una migliore gestione dei rifiuti. Tuttavia, quello di cui abbiamo bisogno è un nuovo modello economico che abbandoni il fast fashion e produca abbigliamento a basso impatto ambientale e sociale.
Abbiamo bisogno che anche i consumatori acquisiscano sempre più consapevolezza dell'insostenibilità ambientale e sociale della moda usa e getta.


La Fashion Revolution

Dal 22 al 28 aprile 2019 si celebra la settimana della Fashion Revolution. Nel sesto anniversario del crollo del Rana Plaza, che il 24 aprile del 2013 ha causato, a Dacca in Bangladesh, la morte di 1.138 lavoratori dell'industria tessile, la Fashion Revolution incoraggia milioni di persone a chiedere ai marchi di abbigliamento una maggiore trasparenza nella catena di fornitura della moda.

 

 

“Fashion Revolution  vuole essere il primo passo per la presa di coscienza di ciò che significa acquistare un capo d’abbigliamento, verso un futuro più etico e sostenibile per l’industria della moda, nel rispetto delle persone e dell’ambiente – commenta Marina Spadafora, coordinatrice del Fashion Revolution Day in Italia -. Scegliere cosa acquistiamo può creare il mondo che vogliamo: ognuno di noi ha il potere di cambiare le cose per il meglio e ogni momento è buono per iniziare a farlo”.
Gli organizzatori chiedono di indossare un indumento al contrario in modo da evidenziare l'etichetta del produttore, di scattare una foto e postarla sui social chiedendo #whomademyclothes  - Chi ha fatto i miei vestiti?
Più persone lo chiedono, più produttori ascolteranno. 

 

Per approfondire

Neomateriali nell'economia circolare – Moda
Un quadro delle trasformazioni in uno dei settori più rilevanti dell’economia globale

Il fare ecologico. Il prodotto industriale e i suoi requisiti ambientali

Uno sviluppo sostenibile è possibile se vengono messe in campo soluzioni e innovazioni nei processi produttivi: una raccolta di posizioni e scuole di pensiero in merito

Time out for fast fashion
Il rapporto di Greepeace

Fixing Fashion
Il rapporto dell'Environmental Audit Committee  - EAC

Le microplastiche possono contaminare anche le falde acquifere sottorranee

Un approfondimento di Freebook Ambiente, la biblioteca gratuita di Edizioni Ambiente

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