La perdita della biodiversità è grave quanto i cambiamenti climatici

di: Filippo Franchetto

In assenza di azioni urgenti, le future generazioni saranno costrette a fronteggiare un drammatico collasso degli ecosistemi, con la conseguente scomparsa di oltre un milione di specie animali e vegetali.

Lo scorso 6 maggio è stato pubblicato un rapporto di 1.800 pagine realizzato dall'Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES) delle Nazioni Unite, frutto di oltre 3 anni di lavoro e del contributo di centinaia di scienziati. Dal titolo IPBES Global Assessment Report on Biodiversity and Ecosystem Services, si tratta dello studio più approfondito realizzato finora sul tema della biodiversità: per l'elaborazione dei dati sono state impiegate circa 15mila fonti scientifiche e governative e - per la prima volta - si è fatto grande affidamento anche sulle conoscenze tradizionali delle popolazioni indigene.

Un forte grido di allarme
Il documento lancia un forte grido di allarme per il futuro della biodiversità sul nostro pianeta. Le attività umane stanno distruggendo, a un ritmo non sostenibile, aree fondamentali quali foreste, zone umide e oceani, mettendo a rischio la capacità della Terra di rigenerare servizi ecosistemici fondamentali quali il ciclo dell'acqua potabile e della fertilità dei suoli.

 

Negli ultimi 40 anni, si è assistita ad una riduzione drastica delle popolazioni di mammiferi, uccelli, pesci, rettili e anfibi; moltissime altre specie sono destinate a scomparire nei prossimi decenni. Il numero di specie autoctone è diminuito di almeno il 20% nella maggior parte degli habitat terrestri e sono sotto forte minaccia di scomparsa più del 40% delle specie di anfibi, quasi il 33% dei coralli e più di un terzo di tutti i mammiferi marini.
A partire dal 16° secolo, si sono estinte almeno 680 specie di vertebrati e più del 9% di tutte le razze di mammiferi domestici utilizzate come fonte di cibo e per l'agricoltura. I numeri sono meno precisi per quanto riguarda gli insetti, ma comunque una stima provvisoria parla di almeno un 10% di specie minacciate di estinzione. Preoccupa in particolare il declino degli insetti impollinatori, comprese le api, che potrebbe minare seriamente l'agricoltura del futuro.
Il 33% dello stock ittico degli oceani risulta sovrasfruttato, mentre il 60% viene prelevato a livelli appena accettabili. Ma soltanto il 7% delle risorse ittiche viene pescato a un tasso inferiore alle sue capacità di rigenerazione.
A livello globale, in soli 13 anni l'utilizzo di pesticidi è raddoppiato e 400 milioni di tonnellate di rifiuti tossici (metalli pesanti, solventi, fanghi tossici, ecc.) vengono ogni anno riversate in acqua dolce. L'agricoltura occupa un terzo della superficie terrestre e consuma il 75% dell'acqua potabile, mentre un quarto delle emissioni di gas serra è imputabile alla produzione di cibo (soprattutto alla carne). I fertilizzanti di sintesi che raggiungono gli ecosistemi costieri hanno prodotto più di 400 "zone morte" oceaniche, per una superficie complessiva di oltre 245.000 km2, superiore a quella del Regno Unito.

Siamo vicini al punto di non ritorno
Insomma, i numeri del rapporto mostrano con chiarezza come gli ecosistemi siano vicini a un punto di non ritorno, con oltre un milione di specie animali e vegetali a rischio scomparsa, in quella che viene definita come la sesta grande estinzione di massa (l'unica causata dall'uomo). Il rapporto delle Nazioni Unite, dunque, non esita ad affermare che la distruzione della natura rappresenta una minaccia per l'umanità almeno pari a quella che arriva dai cambiamenti climatici. Per questo - sottolineano gli scienziati - è indispensabile dichiarare un'emergenza ecologica e non soltanto climatica.



"Le prove schiaccianti contenute nel Global Assessment dell'IPBES, provenienti da una vasta gamma di diversi campi di conoscenza, presentano un quadro inquietante", ha commentato Robert Watson, presidente dell'IPBES. "La salute degli ecosistemi da cui dipendiamo noi e tutte le altre specie si sta deteriorando più rapidamente che mai. Stiamo erodendo le basi stesse delle nostre economie, dei mezzi di sussistenza, della sicurezza alimentare, della salute e della qualità della vita in tutto il mondo".


Come invertire la rotta
Il rapporto mostra come non sia troppo tardi per invertire la rotta, a patto che si inizi ad agire subito a tutti livelli, da quello locale a quello globale. Le politiche attualmente implementate - compresi gli obiettivi climatici al 2030 - sono e saranno insufficienti per fronteggiare la crisi ambientale in atto. 
Per questo gli esperti parlano della necessità di un "cambiamento trasformativo" (transformative change) in grado di conservare, ripristinare e utilizzare in modo sostenibile le risorse naturali. Per cambiamento trasformativo si intende una riorganizzazione complessiva tra fattori tecnologici, economici e sociali, inclusi paradigmi, obiettivi e valori, capace di rimettere al centro gli ecosistemi.

 

Per approfondire

IPBES Global Assessment Report on Biodiversity and Ecosystem Services

Secondo Rapporto sullo Stato del Capitale Naturale in Italia (2018)

Atlante mondiale della zuppa di plastica

Che cosa è la bioeconomia

 

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