Il Bacino del Mediterraneo è a forte rischio

L'aumento della temperatura media dei Paesi del Mediterraneo sta subendo una decisa accelerazione che, unita ai problemi ambientali già esistenti (dissesto idrogeologico, inquinamento e declino della biodiversità), metterà a dura prova la salute e la sicurezza di esseri umani ed ecosistemi.

Lo dimostra uno studio internazionale dal titolo "Climate change and interconnected risks to sustainable development in the Mediterranean", condotto da un gruppo di studiosi, molti dei quali appartenenti al MedEC, la rete di esperti sul cambiamento climatico e ambientale del Mediterraneo che raccoglie più di 400 scienziati provenienti da 35 paesi.

Un cambiamento climatico accelerato
Mentre la temperatura media del nostro Pianeta nell'ultimo secolo è aumentata di 1 °C, la regione del Mediterraneo ha registrato un aumento di 1,4 °C: 0,4 gradi in più rispetto al resto del mondo. Le conseguenze di questa accelerazione sono sotto gli occhi di tutti: ondate di calore più frequenti, intensificazione della siccità, eventi meteorologici estremi, aumento del livello del mare e della sua acidità.



Fig. 1 Dati storici sul riscaldamento del Pianeta (in verde) e del Bacino del Mediterraneo (in blu). Fonte http://berkeleyearth.org/

E le previsioni per il futuro sono piuttosto allarmanti: nei prossimi anni la temperatura dei Paesi del Mediterraneo aumenterà del 25% in più rispetto alla temperatura del resto del Pianeta, con un riscaldamento estivo maggiore del 40% rispetto alla media globale.
L'aumento delle temperature sarà "accompagnato da una riduzione delle precipitazioni estive di circa il 10-15% nel Sud della Francia, nella Spagna nordoccidentale e nei Balcani, e fino al 30% in Turchia e Portogallo". Le ondate di calore saranno ancora più frequenti nel Mediterraneo orientale: invece di manifestarsi una volta ogni due anni, come accade oggi, potrebbero verificarsi più volte all'anno.
È probabile anche che le precipitazioni abbondanti si intensifichino del 10-20% in tutte le stagioni, eccetto che in estate. Inoltre, la tendenza a livello globale dell'aumento del livello del mare, stimata tra i 52 e 98 cm sopra i livelli attuali entro il 2100, influenzeranno in larga misura anche il Mar Mediterraneo, con dislivelli regionali che potrebbero arrivare fino a 10 cm.

Rischi interconnessi

Ma quali sono le conseguenze pratiche di questi mutamenti? Secondo lo studio, per valutare a pieno i rischi a cui le persone, le infrastrutture e gli ecosistemi andranno incontro, occorre considerare i cambiamenti climatici in combinazione con altri "cambiamenti" che i Paesi del Mediterraneo stanno subendo già da molto tempo: urbanizzazione spinta, sfruttamento sempre più intensivo dei terreni agricoli, aumento dell'inquinamento dell'aria e diminuzione della biodiversità.
I rischi derivanti da questa pluralità di mutamenti sono numerosi e tra loro interconnessi. Lo studio li ha raggruppati in cinque diversi settori: risorse idriche, ecosistemi, sicurezza alimentare, salute e sicurezza umana.

Per quanto riguarda le risorse idriche, la maggiore difficoltà a cui andremo incontro sarà quella di soddisfare una sempre maggiore richiesta di acqua con minori risorse di acqua dolce disponibili:  solo a causa dei cambiamenti climatici (maggiore evapotraspirazione e minori precipitazioni), è probabile che la disponibilità di acqua dolce diminuirà ad un tasso che si aggira tra il 2 e 15%.
Si ridurrà, inoltre, il flusso dei fiumi e il livello dell'acqua dei laghi, in particolare nelle zone sud e est del Mediterraneo. Ad esempio, il più grande lago del bacino del Mediterraneo, il Beyşehir in Turchia, potrebbe prosciugarsi entro il 2040.  Altri problemi deriveranno dall'afflusso di acqua salata nelle falde acquifere di acqua dolce, dovuto all'aumento dei prelievi e all'innalzamento del livello del mare.
Inoltre, l'aumento generale della scarsità d'acqua sarà intensificato dalla crescente domanda da parte dell'agricoltura: si prevede che la domanda di irrigazione nella regione mediterranea aumenterà tra il 4 e il 18% entro la fine del secolo a causa del solo cambiamento climatico; se consideriamo anche la crescita demografica si parla di un aumento tra il 22 e il 74%.
A tutto ciò si aggiungono il rischio di inondazioni sempre più frequenti, una sempre maggiore presenza di superficie impermeabilizzata nelle aree urbane e sistemi di gestione delle acque piovane mal gestiti.

L'aumento dell'aridità (dovuta principalmente alla riduzione delle precipitazioni, ma anche a temperature più elevate) è probabilmente la principale minaccia alla biodiversità e alla sopravvivenza degli ecosistemi terrestri mediterranei, che vedranno un'alterazione della loro struttura verso ecosistemi più secchi e meno produttivi. 
Il cambiamento climatico sta, inoltre, modificando notevolmente la struttura e la funzione degli ecosistemi marini: le temperature più elevate stanno portando all'estinzione di molte specie autoctone, con la conseguente invasione di altre specie: più di 700 specie animali e vegetali marine non indigene sono state registrate finora nel Mediterraneo. Nei prossimi decenni, specie tropicali più invasive dovrebbero trovare le condizioni ambientali adeguate per colonizzare l'intero Mediterraneo.
 
Anche la produzione e la sicurezza alimentare sono fortemente minacciate: si prevede che le rese dei raccolti, della pesca e dell'allevamento del bestiame diminuiranno considerevolmente, specialmente nel Sud del Mediterraneo. Entro il 2050 sono state stimate riduzioni del 40% per la produzione di legumi in Egitto, del 12% per i girasoli e del 14% per le colture di tuberi nell'Europa meridionale. Anche la coltivazione dell'uva e di alberi da frutto subirà mutamenti, con fioriture più precoci, aumento dell'esposizione ad eventi estremi e mancanza d'acqua. Per gli ortaggi, la ridotta disponibilità di acqua sarà il principale fattore limitante della resa. Inoltre, l'innalzamento del livello del mare, connesso ai problemi idrogeologici che portano al cedimento dei terreni, può ridurre significativamente la superficie agricola disponibile in alcune zone. Anche l'allevamento e la pesca subiranno un calo della resa, con il conseguente aumento, nei prossimi decenni, delle importazioni di carne e pesce, in specie per i paesi del Sud del Mediterraneo.

Il cambiamento climatico incide e inciderà notevolmente anche sulla salute dell'uomo, agendo direttamente (calore, freddo, siccità, tempeste) o indirettamente (cambiamenti nell'approvvigionamento e nella qualità degli alimenti, inquinamento atmosferico o altri aspetti dell'ambiente sociale e culturale). 
Saranno le ondate di calore a causare più disagi: sebbene la maggior parte delle popolazioni del Mediterraneo sia relativamente abituata alle alte temperature, un aumento dell'intensità e della frequenza delle ondate di calore possono comportare rischi significativi per la salute di molte persone, in specie anziani, bambini, persone affette da malattie croniche e coloro che vivono in condizioni di povertà, con accesso limitato agli spazi climatizzati.

Inoltre, l'innalzamento delle temperature può far insorgere nuove malattie. È difficile stimare le conseguenze che il cambiamento climatico avrà sull'aumento della gravità delle malattie infettive e del loro tasso di diffusione, ma si stima che, tra il 2025 e il 2050, le aree con elevata probabilità di contrarre infezioni, come quelle del Nilo occidentale, possano aumentare e espandersi nella maggior parte dei paesi del Mediterraneo. 
Negli ultimi anni, sono stati segnalati casi di febbre dengue (trasmessa all'uomo da punture di zanzare) in diversi paesi del Mediterraneo, come Croazia, Francia, Grecia, Italia, Malta, Portogallo e Spagna.
Durante l'estate calda del 2017, sono stati segnalati focolai di chikungunya (malattia virale che causa febbre e forti dolori) in Francia e in Italia. Sembra, inoltre, che oggi, nei Paesi europei del Mediterraneo, vi sia una potenziale minaccia di epidemie, trasmesse dalle zanzare Aedes.

Infine, anche la sicurezza può essere fortemente influenzata dagli eventi estremi e dai conflitti sociali. A livello globale, si registra una tendenza verso una maggiore esposizione al rischio: tra il 1970 e il 2010 la popolazione mondiale è cresciuta dell'87%, ma la popolazione che vive nelle pianure alluvionali è aumentata del 114% e quella delle coste a rischio ciclone del 192%. Nel Mediterraneo, un terzo della popolazione (circa 150 milioni di persone) vive vicino al mare.
Entro il 2050, le città del Mediterraneo rappresenteranno la metà delle 20 città a livello globale che subiranno un numero più elevato dei danni medi annui, a causa delle sempre più frequenti burrasche e dell'innalzamento del livello mare. Le aree ad altissimo rischio sono situate prevalentemente nella regione del Mediterraneo meridionale e orientale, tra cui Marocco, Algeria, Libia, Egitto, Palestina e Siria, la maggior parte delle quali sono attualmente soggette a instabilità politica e quindi meno in grado di far fronte alle ulteriori pressioni ambientali. Nei paesi nordafricani, un metro dell'innalzamento del livello del mare inciderebbe su circa 41.500 km² del territorio e su almeno 37 milioni di persone. Lontano dalla costa, ulteriori rischi sono associati all'aumento degli incendi causati dal riscaldamento, dalla siccità e dall'abbandono della terra. 
Le conseguenze della combinazione di questi fattori provocheranno un aumento della migrazione dei popoli verso aree più sicure e un aumento dei conflitti, rendendo i paesi del bacino del Mediterraneo meno sicuri e più vulnerabili.


Prima conoscere e poi agire: è necessaria una valutazione integrata del rischio

Per facilitare il processo decisionale volto ad affrontare questi rischi, gli autori dello studio chiedono una valutazione del rischio pan-mediterranea che dia una visione integrata del bacino del Mediterraneo, attraverso una sintesi scientifica delle attuali conoscenze, supportate da ulteriori studi dedicati, in particolar modo, agli impatti che la combinazione tra cambiamenti climatici e problemi ambientali già esistenti potrebbero produrre nei paesi più vulnerabili.
"Il bacino del Mediterraneo - ha dichiarato in un'intervista a Libération Wolfgang Cramer, uno degli autori dello studio - è un'area condivisa tra paesi sviluppati e in via di sviluppo. Da un'attenta analisi della letteratura scientifica, emerge una mancanza di informazioni dei rischi che possono correre i Paesi del Sud del Mediterraneo. Per rimediare, l'Europa dovrebbe sostenere di più i paesi del Sud, per acquisire sempre nuovi dati e informazioni. La collaborazione scientifica tra ricercatori del Nord e del Sud del Mediterraneo potrebbe rappresentare un'ottima soluzione al problema".
E a tale scopo è stata istituita MedEC, la rete di esperti sul cambiamento climatico e ambientale del Mediterraneo.
Con 400 esperti provenienti da 35 paesi, supportati da agenzie governative e altri partner, MedECC mira a individuare le lacune e fornire informazioni imparziali ai responsabili politici. Attualmente, è in corso un'analisi completa della letteratura scientifica esistente, che copre tutti i settori della società potenzialmente interessati dai cambiamenti climatici e ambientali, per fornire una valutazione imparziale che tenga conto delle richieste di maggiori informazioni espresse dai responsabili politici.
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