Un "menu" per un futuro alimentare sostenibile

 

di Maria Antonietta Giffoni

Si stima che nel 2050 la popolazione mondiale raggiungerà i 10 miliardi di persone. È possibile avere cibo per tutti, evitando la deforestazione e l'aumento delle emissioni di CO2? Secondo l'ultimo rapporto del Word Resources Institute si può; e propone una soluzione composta da uno speciale "menu di cinque portate".

Occorre una radicale trasformazione del sistema agricolo
 
Se vogliamo avere cibo per sfamare tutti ed evitare il disastro climatico, il sistema agricolo dovrà essere modificato in modo radicale nei prossimi decenni. Questo è l'assunto di partenza del rapporto Creating a sustenaible food future, pubblicato a dicembre 2018 dal WRR.
 
Oggi l'agricoltura già utilizza il 40% del suolo mondiale ed è responsabile di circa un quarto delle emissioni di CO2 a livello globale. Sulla base delle attuali tendenze - con la crescita della popolazione mondiale dai 7 miliardi del 2010 ai 9,8 miliardi stimati per il 2050 e con l'aumento dei redditi pro capite nei Paesi in via di sviluppo - si stima che la domanda globale di cibo aumenterà di oltre il 50% e la domanda di carne e altri prodotti di origine animale di quasi il 70%. Se gli agricoltori volessero soddisfare questa domanda con gli attuali sistemi di coltivazione e allevamento, avrebbero bisogno di una quantità di suolo che occuperebbe un'area due volte più grande di quella occupata dall'India; con conseguenti deforestazioni e distruzione di innumerevoli ecosistemi.
 
Si può evitare tutto ciò? Secondo gli studiosi che hanno stilato il rapporto, il mondo potrebbe raggiungere un futuro alimentare sostenibile, soddisfacendo la crescente domanda di cibo senza la necessità di abbattere intere foreste, distruggere savane e torbiere. Al contrario, si riuscirebbe ad avere cibo per tutti riforestando, limitando le emissioni climalteranti, promuovendo lo sviluppo economico e riducendo la povertà.

I tre grandi gap da colmare

Secondo il Rapporto, per raggiungere questi obiettivi e trasformare radicalmente il sistema alimentare è necessario colmare tre grandi gap entro il 2050.

Il divario alimentare: per "food gap" si intende la differenza tra la quantità di cibo prodotto nel 2010 e la quantità necessaria a soddisfare la domanda stimata al 2050, sulla base delle tendenze attuali. Il rapporto ipotizza che questo divario sia di 7.400 miliardi di calorie annue, ovvero il 56% in più di quelle prodotte nel 2010. Quanto più questo divario può essere colmato attraverso misure di riduzione della domanda di cibo - in specie della carne - tanto più piccola sarà la necessità di aumentare la produzione alimentare.

 

 

Il divario fondiario: cioè la differenza tra la superficie globale sfruttata dall'agricoltura nel 2010 e la superficie che sarà richiesta nel 2050 per produrre cibo e allevare bestiame. Il Rapporto stima che questo divario sia di 593 milioni di ettari (Mha), un'area quasi doppia a quella occupata dall'India. In altre parole, nel 2050 avremo bisogno di 593 milioni di ettari in più per sfamare i 10 miliardi di persone, che si stima popoleranno il Pianeta.

 

 

Il divario climatico: e cioè la differenza tra le emissioni di gas serra legate all'agricoltura e quelle previste per il 2050. Nel 2010 erano circa 12 miliardi le tonnellate di CO2 all'anno emesse dall'agricoltura e dal cambiamento di destinazione d'uso dei terreni. Il Rapporto prevede che il totale di CO2 emessa da questi due tipi di attività arriverà a circa 15 miliardi di tonnellate all'anno nel 2050.

Se vogliamo raggiungere gli obiettivi per stabilizzare il clima concordati a livello globale con l'accordo di Parigi (per approfondimenti, vedi il nostro articolo), non sarà sufficiente avere industrie, energia e trasporti carbon free, ma anche allevamenti e coltivazioni più efficienti.

Secondo il rapporto, affinché la temperatura media globale rimanga al di sotto dei 2 gradi, occorre che i 15 miliardi di tonnellate di CO2 che probabilmente verranno emesse dal settore alimentare, diventino 4.

 

 

La soluzione in un "menu di cinque portate"

La sfida non è di poco conto, ma il WRR ha la sua ricetta per colmare questi gap. Il rapporto propone, infatti, una soluzione in un "menu composto da cinque portate".

1.     riduzione della crescita della domanda di prodotti alimentari e agricoli. Come? Riducendo, per esempio, lo spreco di cibo destinato al consumo umano attraverso la promozione delle filiere corte; cambiando la nostra dieta, indirizzandola verso un uso più massiccio di proteine di origine vegetale e riducendo il consumo della carne, in specie quella rossa; evitando di destinare i terreni agricoli alla coltivazione di vegetali da utilizzare per la produzione di energia;

2.     incremento della produzione di cibo utilizzando meno suolo. Come? Aumentando, per esempio, la resa di carne e latte per ettaro e per animale, attraverso il miglioramento della qualità dei mangimi e della gestione del pascolo; aumentando la resa delle zone più aride, con l'adozione di migliori pratiche di gestione del suolo e dell'acqua; aumentando la produzione agricola, in modo da ottenere più di un raccolto all'anno dalle coltivazioni esistenti o lasciando meno spesso a maggese i terreni, dove le condizioni lo consentono; prevedendo interventi mirati per evitare gli effetti negativi dei cambiamenti climatici sulla resa delle colture;

3.     riduzione della domanda di terreni agricoli, prevedendo misure giuridiche e programmatiche che mettano in relazione gli incrementi di produttività dei terreni agricoli a una governance che eviti l'espansione dell'agricoltura. Dove l'espansione è inevitabile, occorrerebbe limitare il cambio di destinazione d'uso del suolo, con il minor costo ambientale per tonnellata di raccolto. Si dovrebbe, inoltre, proteggere gli ecosistemi incontaminati e rimboschire le terre agricole abbandonate, improduttive e non migliorabili, così come le terre potenzialmente "liberate" dalle misure di riduzione della domanda alimentare che hanno avuto efficacia o da aumenti della produttività agricola. Bisognerebbe, infine, evitare qualsiasi ulteriore conversione di torbiere in terreni coltivati e ripristinare le torbiere poco utilizzate e prosciugate, riumidificandole;

4.     incremento dell'offerta di pesce, attraverso una migliore gestione della pesca in mare e dell'acquacoltura;

5.     riduzione delle emissioni di gas a effetto serra derivanti dalla produzione agricola, sviluppando e utilizzando additivi per mangimi, utili a ridurre le emissioni di metano dei ruminanti; utilizzando e sviluppando tecnologie utili a ridurre le emissioni derivanti dalla gestione del letame negli allevamenti intensivi; sviluppando e utilizzando inibitori della nitrificazione. Occorrerebbe anche ridurre l'applicazione eccessiva di fertilizzanti e aumentare l'assorbimento di fertilizzanti da parte delle piante o l'inibizione biologica della nitrificazione nelle colture. Un'altra misura necessaria riguarda la riduzione delle emissioni di metano proveniente dalle risaie, attraverso la selezione delle varietà di riso e una migliore gestione dell'acqua e della paglia. Infine, occorrerebbe ridurre le emissioni generate dalla produzione di energia utilizzata in agricoltura, introducendo misure di efficienza energetica e installando impianti di produzione di energia a fonti rinnovabili, in specie solare e eolica.

"Il cibo è la madre di tutte le sfide per la sostenibilità", ha dichiarato Janet Ranganathan, vicepresidente per la scienza e la ricerca presso il World Resources Institute. "Non possiamo contenere la temperatura globale sotto i 2 gradi senza una radicale trasformazione del sistema agricolo".

 

 

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